Lo Stretto torna al centro della crisi
Lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale del commercio mondiale di energia, precipita in una nuova fase di tensione militare. La Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane ha annunciato la chiusura dello Stretto fino a nuovo avviso e ha colpito con missili alcune navi in transito, accusandole di violare le regole imposte nell'area. Il quadro resta in rapida evoluzione e i dati vanno trattati con cautela.
Le navi colpite
Tra le imbarcazioni interessate c'è la portacontainer GFS Galaxy, battente bandiera cipriota, che avrebbe riportato gravi danni alla sala macchine e per la quale risulta disperso un membro civile dell'equipaggio. Secondo la ricostruzione, l'Iran avrebbe colpito anche una seconda imbarcazione, mentre a est dell'Oman è stata colpita una nave con equipaggio indiano: dieci persone sarebbero state tratte in salvo e un cittadino indiano risulterebbe disperso. Al momento non ci sono bilanci ufficiali consolidati di vittime. In Qatar, inoltre, tre persone, tra cui un bambino, sarebbero rimaste ferite da schegge durante le operazioni di intercettazione.
La risposta degli Stati Uniti
La reazione americana non si è fatta attendere. Secondo quanto riferito dal Centcom, le forze statunitensi hanno colpito circa 140 obiettivi militari iraniani, con nuovi attacchi condotti anche nei pressi dello Stretto. Contestualmente è scattato un blocco delle navi e dei porti iraniani. È l'ennesimo capitolo di un confronto che nelle ultime settimane ha già conosciuto diversi cicli di attacchi e rappresaglie.
Perché riguarda anche l'Italia
Un'escalation nello Stretto di Hormuz non è mai una questione lontana. Da quel corridoio passa una quota molto rilevante del petrolio e del gas naturale liquefatto commercializzati nel mondo, e ogni tensione si scarica rapidamente sui mercati energetici. Per un Paese come l'Italia, fortemente dipendente dalle importazioni e con una parte del proprio approvvigionamento di GNL legata al Golfo, il rischio è quello di un nuovo rialzo dei prezzi di greggio e gas, con ricadute su bollette e costi per imprese e famiglie.
Non a caso, nelle scorse settimane le tensioni attorno a Hormuz erano già state indicate tra i fattori di nervosismo sui listini energetici. Una chiusura prolungata dello Stretto, o anche solo il timore che il traffico possa fermarsi, basta a spingere al rialzo le quotazioni.
Uno scenario ancora aperto
La situazione resta fluida e le informazioni, in un contesto di conflitto, vanno prese con prudenza: numeri e responsabilità potrebbero cambiare con il procedere delle verifiche. Ciò che appare chiaro è la posta in gioco: la sicurezza di una delle rotte più sensibili del pianeta e, con essa, la stabilità dei mercati energetici globali. Gli sviluppi delle prossime ore diranno se si tratta di un picco di tensione o dell'inizio di una crisi più lunga.



