Due dei nomi più potenti della tecnologia mondiale finiscono uno contro l'altro in tribunale. Apple ha fatto causa a OpenAI, la società che ha creato ChatGPT, accusandola di aver rubato segreti industriali, come riporta l'ANSA.

L'accusa

Al centro della denuncia c'è lo sviluppo di dispositivi hardware. Secondo Apple, OpenAI avrebbe sottratto segreti commerciali e industriali per costruire i propri prodotti, in diretta concorrenza con quelli di Cupertino. Il furto, sostiene l'azienda, sarebbe avvenuto "a ogni livello", dai membri dello staff tecnico fino al responsabile dell'hardware.

Proprio la figura del chief hardware officer di OpenAI è uno dei punti chiave dell'accusa: si tratta di un ex vicepresidente del design dei prodotti di Apple, passato alla società rivale. Un travaso di competenze che, secondo la denuncia, si sarebbe accompagnato al trasferimento di informazioni riservate.

Da partner a rivali

Lo scontro segna una svolta nei rapporti tra le due aziende, che negli ultimi anni avevano lavorato fianco a fianco: ChatGPT è stato integrato nei sistemi Apple, in una delle collaborazioni più visibili nel campo dell'intelligenza artificiale. La rottura arriva con l'ingresso di OpenAI nel terreno dell'hardware, storicamente il cuore del business di Apple.

Un passaggio decisivo in questa direzione è stato l'acquisto, da parte di OpenAI, della startup di Jony Ive, il celebre designer che per anni ha dato forma ai prodotti Apple. L'operazione, ricorda l'ANSA, risale al maggio dell'anno scorso e ha comportato un investimento da 6,5 miliardi di dollari. A rendere ancora più teso il quadro c'è il numero di persone in gioco: secondo Apple, oltre 400 suoi ex dipendenti lavorano oggi in OpenAI.

La replica di OpenAI

La società guidata da Sam Altman ha respinto le accuse. OpenAI, si legge nella sua risposta, non ha alcun interesse nei segreti commerciali di altre aziende, e sostiene di essere concentrata sullo sviluppo delle proprie tecnologie. La vicenda, come sottolinea Rai News, si annuncia come uno scontro totale, destinato a giocarsi non solo nelle aule di tribunale ma anche sul terreno strategico dei futuri dispositivi basati sull'intelligenza artificiale.

Perché conta

Al di là del contenzioso, la causa fotografa una fase nuova del settore. L'intelligenza artificiale non è più soltanto software e servizi: le grandi aziende puntano a costruire oggetti fisici, apparecchi capaci di portare gli assistenti conversazionali fuori dallo schermo del telefono. In questo scenario, il confine tra chi progetta i chip e i dispositivi e chi sviluppa i modelli si fa sempre più conteso, e le competenze delle persone che passano da un'azienda all'altra diventano un bene prezioso e, come dimostra questa vicenda, oggetto di battaglie legali.