Le tensioni militari in Medio Oriente continuano a proiettare la loro ombra sull'economia globale. Il riaccendersi delle ostilità intorno allo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico petrolifero mondiale, ha rimesso in moto la macchina della paura sui mercati finanziari, con le borse in arretramento e il prezzo del greggio in rialzo.

Borse deboli, petrolio in rialzo

Sui listini europei prevale la prudenza. Gli investitori, di fronte a un quadro geopolitico che resta incerto, hanno alleggerito le posizioni sui titoli più esposti al ciclo economico, a partire dai comparti industriale e automobilistico, spingendo le principali piazze del continente in territorio negativo.

Il movimento speculare arriva dal mercato dell'energia. Il timore che le tensioni possano tradursi in un'interruzione del transito delle navi cisterna attraverso Hormuz ha alimentato l'acquisto di petrolio, facendone salire le quotazioni. È il classico meccanismo che accompagna le crisi in quest'area: quando aumenta il rischio percepito su una via d'acqua da cui passa una quota rilevante del greggio mondiale, i prezzi reagiscono in fretta.

Il taglio dell'FMI

A dare la misura economica di questa fase è il Fondo monetario internazionale, che nel suo aggiornamento di luglio ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita mondiale. Il Pil globale per il 2026 è ora atteso al 3 per cento, in calo rispetto alle previsioni di aprile, mentre per il 2027 il Fondo alza leggermente l'asticella al 3,4 per cento. Per l'Italia la crescita è confermata a un modesto 0,5 per cento, sia per quest'anno sia per il prossimo, tra i valori più bassi tra le economie avanzate.

Il rapporto individua proprio negli sviluppi mediorientali il principale fattore di rischio immediato: una nuova escalation penalizzerebbe la crescita e riaccenderebbe le pressioni sui prezzi, in un circolo vizioso che parte proprio dal costo dell'energia. Non a caso il Fondo ha anche ritoccato le stime per l'Iran, la cui economia resta pesantemente in contrazione.

Non solo venti contrari

Il quadro, però, non è unicamente negativo. Accanto ai fattori di freno, il Fondo monetario segnala una spinta che arriva dal boom degli investimenti legati all'intelligenza artificiale, capace di sostenere la domanda e di attenuare in parte l'impatto delle tensioni geopolitiche. È un contrappeso che aiuta a spiegare perché, pur in un contesto difficile, le stime globali restino su un terreno di crescita e non di recessione.

Cosa guardare ora

Il vero spartiacque resterà l'evoluzione sullo Stretto di Hormuz. Se la situazione dovesse normalizzarsi, la pressione sui prezzi dell'energia e la tensione sui listini potrebbero rientrare con la stessa rapidità con cui sono emerse. Se invece le ostilità si prolungassero, il rischio è quello di un'inflazione di ritorno alimentata dal caro-energia, con effetti a catena su famiglie e imprese. Per un'economia esposta come quella italiana, già inchiodata a una crescita minima, è la variabile da tenere d'occhio nelle prossime settimane.