Una promessa fatta alla madre, mantenuta a distanza di quasi mezzo secolo. Una donna di Milano ha riportato in Sardegna 40 chili di sabbia prelevati tanti anni fa da una delle spiagge più belle dell'isola, come riferisce l'ANSA.
Il gesto
Protagonista della storia è Silvia Ferrari, che insieme al marito Eros Cattaneo ha riconsegnato la sabbia direttamente sulla spiaggia di Is Arutas, nell'Oristanese, la mattina del 10 luglio, accompagnata dal direttore dell'Area Marina Massimo Marras. Si tratta di circa 40 chili di sabbia di quarzo, gli inconfondibili granelli chiari che rendono unica quella spiaggia. Il materiale era stato prelevato negli anni Settanta, durante una vacanza in roulotte, quando Silvia era poco più che ragazzina.
L'ultimo desiderio della madre
Per decenni quella sabbia aveva abbellito il giardino zen della madre di Silvia, Valeria. Con il tempo, però, la donna aveva compreso che portare via la sabbia dalle spiagge è vietato e costituisce un danno per l'ecosistema costiero. Da qui la richiesta, formulata prima di morire: tornare in Sardegna e restituire ciò che aveva preso. La figlia ha raccolto quel desiderio e lo ha trasformato in un viaggio dal significato profondo.
Un patrimonio da proteggere
La sabbia di Is Arutas non è un souvenir come un altro: ogni granello sottratto impoverisce un ambiente fragile, che non si rigenera in tempi brevi. Proprio per questo la Sardegna vieta da tempo il prelievo di sabbia, ciottoli e conchiglie dalle sue coste, con sanzioni per chi trasgredisce. Ogni anno, negli aeroporti e nei porti dell'isola, vengono intercettati e sequestrati grandi quantitativi di materiali che i turisti tentano di portare via.
Un esempio da seguire
Il gesto di Silvia Ferrari è stato accolto con favore dalle istituzioni. L'assessore Carlo Carta ha sottolineato come "restituire la sabbia significhi riconoscere che il patrimonio naturale appartiene a tutti", auspicando che questa storia possa fare da esempio per quanti ancora conservano, magari senza pensarci, un pezzetto di Sardegna in casa. Una piccola storia personale che diventa un messaggio collettivo: la bellezza di certi luoghi si difende anche rinunciando a portarsene via un ricordo.



