Sono considerate le batterie del futuro, ma un ostacolo tecnico ne frena da anni l'arrivo sul mercato. Ora uno studio del Massachusetts Institute of Technology aiuta a capirne meglio la causa, come spiega il MIT.

Perché le batterie allo stato solido interessano tanto

Le batterie che usiamo oggi in smartphone e auto elettriche si basano su un elettrolita liquido, il mezzo che permette agli ioni di spostarsi tra i due poli. Le batterie allo stato solido sostituiscono quel liquido con un materiale solido, di norma ceramico. Il vantaggio atteso è doppio: da un lato una maggiore sicurezza, perché viene meno il liquido infiammabile che nelle celle tradizionali può alimentare gli incendi; dall'altro la possibilità di usare anodi in litio metallico, con densità di energia più elevate e, in prospettiva, più autonomia e ricariche più rapide. È la ragione per cui l'industria dell'auto guarda a questa tecnologia con grande interesse.

Il problema dei dendriti

C'è però un nemico che ne ha finora rallentato la diffusione: i dendriti. Si tratta di sottili filamenti di litio che si formano durante la ricarica e crescono all'interno dell'elettrolita solido. Quando riescono ad attraversarlo, mettono in contatto i due poli della batteria e provocano un cortocircuito, con il rischio di danneggiare o rendere inutilizzabile la cella. Per anni si è ritenuto che questi filamenti crescessero soprattutto a causa di una pressione meccanica eccessiva, e la ricerca si è quindi orientata verso elettroliti sempre più duri e resistenti.

Cosa ha scoperto il MIT

Lo studio, pubblicato il 25 marzo 2026 sulla rivista Nature, ribalta questa spiegazione. Il gruppo guidato dal dottorando Cole Fincher e dal professor Yet-Ming Chiang, con colleghi dello stesso MIT e di altri istituti, ha osservato che i dendriti crescono più rapidamente proprio dove la pressione è più bassa del previsto. La causa, secondo i ricercatori, non è principalmente meccanica ma chimica: l'elevata corrente che attraversa la cella innesca reazioni che indeboliscono l'elettrolita. Il materiale, hanno spiegato, è duro quasi come lo smalto dei denti quando è a riposo, ma durante la carica diventa fragile, e il litio metallico ne approfitta per insinuarsi e aprirsi la strada.

Le implicazioni

La conseguenza pratica è che rendere semplicemente più duro l'elettrolita potrebbe non bastare a risolvere il problema. Serviranno materiali chimicamente più stabili, capaci di resistere non solo agli sforzi meccanici ma anche al degrado indotto dalla corrente. Individuare con precisione il meccanismo che porta al cortocircuito è, in questo senso, un passo necessario: solo comprendendo davvero perché i dendriti si formano si potranno progettare celle affidabili. La strada verso le batterie allo stato solido di uso comune resta lunga, ma conoscere meglio l'avversario è la premessa per superarlo.