La nuova stretta
Cambia di nuovo lo scenario del commercio mondiale. Da oggi sono entrati in vigore i nuovi dazi decisi dagli Stati Uniti, con tariffe comprese tra il 10 e il 12,5% applicate a oltre 60 Paesi. Secondo i dati diffusi, la misura arriva a coprire oltre il 99% del commercio americano.
La logica scelta dall'amministrazione statunitense è a due livelli: un dazio del 10% per i Paesi dotati di leggi contro il lavoro forzato, e uno del 12,5% per quelli che ne sono privi. La motivazione ufficiale è proprio il contrasto allo sfruttamento del lavoro lungo le catene di fornitura globali.
Dove si colloca l'Italia
In questo schema, l'Unione europea, e con essa l'Italia, rientra nella fascia più bassa: avendo una normativa in materia, è soggetta al dazio del 10%. La Cina, invece, si vede applicare l'aliquota massima del 12,5%.
Una differenza che non elimina, però, l'impatto per il nostro Paese. Il 10% sui prodotti diretti negli Stati Uniti pesa comunque su un'economia fortemente votata all'export, con settori esposti come l'agroalimentare, la moda, l'automotive e la meccanica. Per il Made in Italy, gli Usa restano un mercato di riferimento, e un aumento dei costi all'ingresso rischia di ridurne la competitività.
Cosa resta fuori
Non tutto rientra nella nuova stretta. Restano esclusi dai nuovi dazi alcuni comparti già soggetti a tariffe per ragioni di sicurezza, come acciaio, alluminio, automobili e componenti auto. Fuori anche petrolio, gas e fertilizzanti, oltre ai beni che gli Stati Uniti non producono.
È un perimetro che delimita l'intervento, ma che non ne riduce la portata complessiva, vista l'ampiezza dei Paesi e delle merci coinvolte.
Le reazioni
La misura ha già suscitato malumori. La Cina, tra i principali partner commerciali degli Stati Uniti, ha reagito con toni critici, sostenendo che le guerre commerciali "non favoriscono nessuno". Una posizione diplomatica nella forma, ma netta nel merito.
Sul fronte europeo, l'attenzione è alta: Bruxelles dovrà valutare come rispondere, tra la ricerca di un negoziato e l'ipotesi di eventuali contromisure, con l'obiettivo di evitare un'escalation che danneggerebbe entrambe le sponde dell'Atlantico.
Le incognite per l'export
Per le imprese italiane la partita si gioca ora sul terreno concreto dei mercati. Il rischio non è solo il maggior costo diretto negli Stati Uniti, ma anche l'incertezza che una stagione di dazi porta con sé, spingendo a rivedere strategie e catene di fornitura.
Molto dipenderà da come evolverà il confronto tra Washington, Bruxelles e gli altri partner. La storia recente insegna che i dazi possono essere tanto una misura strutturale quanto uno strumento di pressione negoziale. Per l'Italia, esportatrice per vocazione, capire quale delle due strade prevarrà sarà decisivo.



