Un decennio di assenza, una vita da esplorare

Umberto Eco si spense il 19 febbraio 2016, lasciando un vuoto enorme nella cultura italiana e mondiale. Semiologo, filosofo, medievista, bibliofilo e romanziere, poche figure del Novecento hanno attraversato tanti territori del sapere. A dieci anni dalla morte, Roma sceglie di celebrarlo non con un monumento, ma con qualcosa che lui avrebbe forse apprezzato di più: una mostra fatta di libri, manoscritti, lettere e immagini.

«Umberto Eco e il nome delle cose. Segni, realtà e interpretazione» è allestita a Palazzo Firenze, sede della Società Dante Alighieri, e resta aperta fino al 26 luglio 2026.

Chi c'è dietro la mostra

Il progetto nasce dalla collaborazione tra la Società Dante Alighieri e la Fondazione Umberto Eco, con la produzione di Arthemisia e la cura di Valentina Spata e Chiara Barbato. Il percorso accompagna il visitatore attraverso i molti volti dell'intellettuale alessandrino, dagli studi medievali alla semiotica, dalla storia dell'arte ai mass media: i campi che Eco ha attraversato senza mai accettare le gabbie disciplinari.

Cosa si vede

Il cuore dell'esposizione è documentario. Tra i pezzi più preziosi c'è la prima edizione de Il nome della rosa, pubblicata da Bompiani nel 1980 con dedica autografa a Eugenio Montale, accanto alle lettere che Eco scrisse a Maria Bellonci tra il 1981 e il 1983, negli anni successivi all'uscita del romanzo.

Per il lato visivo, la mostra espone le tavole originali di Milo Manara dedicate al romanzo e i bozzetti della scenografia del film che Jean-Jacques Annaud ne trasse nel 1986. A questi si aggiungono documenti inediti, ritratti, disegni e una sezione multimediale con materiali audio e video. Un posto speciale spetta al plastico della biblioteca-labirinto del Nome della rosa, realizzato dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona, che ha collaborato all'allestimento per rendere il percorso accessibile anche ai visitatori non vedenti.

Il senso di un titolo

La scelta del titolo — Il nome delle cose — è tutt'altro che casuale. Eco ha dedicato la vita a ragionare su come gli esseri umani nominano il mondo, su come i segni costruiscono la realtà, su come le parole non siano mai innocenti. Una mostra che porta il suo nome non poteva che partire da lì: dall'idea che ogni oggetto esposto sia anche un segno, e che visitarla sia, in fondo, un piccolo esercizio di interpretazione. Proprio come lui avrebbe voluto.