La posta in gioco

L'Unione Europea ha deciso di non farsi intimidire e porta avanti il progetto di una tassa sui servizi digitali a livello comunitario. Le stime sul gettito variano molto a seconda di come l'imposta verrà strutturata: secondo la stessa Commissione europea, un prelievo del 3% sul fatturato digitale (pubblicità, intermediazione, monetizzazione dei dati) dei gruppi con ricavi globali oltre i 750 milioni di euro potrebbe valere circa 5 miliardi di euro l'anno, che salgono a quasi 11 sommando le ipotesi su gioco d'azzardo online e cripto-attività. Stime più alte — fino a diverse decine di miliardi — circolano sui media e in studi accademici, ma si riferiscono ad aliquote più elevate e restano proiezioni, non cifre ufficiali.

Cosa prevede la proposta

Il progetto si inserisce nel negoziato sul bilancio pluriennale dell'UE per il periodo 2028-2034. L'idea è colpire i colossi della rete dove generano valore grazie agli utenti europei, anche in assenza di una sede fisica nell'Unione, e dare coerenza a un quadro oggi frammentato: dieci Paesi europei applicano già tasse nazionali analoghe, come riepiloga la Tax Foundation, tra cui Italia, Francia, Spagna e Austria, in genere con un'aliquota intorno al 3%. Una digital tax europea servirebbe anche a dotare l'Unione di una fonte di entrate proprie, riducendo la dipendenza dai contributi degli Stati membri.

La minaccia di Trump

In questo contesto è arrivata, il 26 giugno, la risposta del presidente statunitense: chiunque introduca una digital tax sulle imprese americane sarà colpito da dazi al 100% sull'export verso gli Stati Uniti. Bruxelles ha replicato rivendicando il diritto dell'UE e degli Stati membri a regolare le attività economiche sul proprio territorio, sottolineando che le misure si applicano a tutte le grandi imprese senza discriminazioni di nazionalità. Lo scontro pesa su un equilibrio commerciale già fragile: l'accordo UE-USA di maggio 2026, che fissava al 15% le tariffe su gran parte dei prodotti europei, aveva lasciato fuori proprio il nodo della tassazione digitale.

Perché ora, e l'impatto sull'Italia

A rendere urgente la mossa europea è il fallimento delle trattative in sede OCSE per una soluzione globale (il cosiddetto Pillar One), anche per l'opposizione americana. Senza un'intesa internazionale, i governi europei si trovano a difendere le proprie tasse nazionali sotto pressione: emblematico il caso del Canada, che aveva ritirato la sua digital tax per evitare ritorsioni.

L'Italia, che già applica una tassa del 3% sul fatturato digitale realizzato nel Paese, è in una posizione delicata: da un lato un coordinamento europeo rafforzerebbe la base giuridica del prelievo, dall'altro Roma, da forte esportatore verso gli Stati Uniti, è tra i più esposti a eventuali dazi sul made in Italy. Le prossime settimane, tra trattativa sul bilancio UE e bracci di ferro con Washington, diranno se la digital tax europea diventerà realtà o sarà rinviata ancora una volta.