C'è una Torino che si lascia attraversare lentamente, sotto i suoi chilometri di portici, tra caffè storici e vetrine di libri. È in questa città, e precisamente sotto i portici di via Po, che Gianni Fontana ambienta il suo nuovo romanzo, Il libraio di via Po, pubblicato da Neos Edizioni (168 pagine, 17 euro).

Un detective che usa il vocabolario

Il protagonista è Paolo Alibrandi, libraio fuori dal tempo che gestisce la sua bottega come un'istituzione culturale e, insieme, come un osservatorio sull'animo umano. Niente sopralluoghi, niente inseguimenti: Alibrandi accetta solo casi che ruotano attorno a una frase, a uno scritto, a un gruppo di parole. Una telefonata enigmatica, una dichiarazione pronunciata in punto di morte, un possibile delitto rimasto irrisolto per anni: il libraio li scioglie ragionando sul linguaggio, smontando ogni espressione con quella che Quotidiano Piemontese definisce un'arguzia chirurgica, finché il senso non torna in superficie.

Il libro raccoglie sei misteri concepiti come racconti autonomi ma intrecciati, che finiscono per comporre un'unica trama. Attorno ad Alibrandi si muove una piccola compagnia di personaggi: la pragmatica socia Silvana, che tiene in piedi la libreria, e una galleria di figure curiose, dagli ex giornalisti a un fisico apolide.

Torino come personaggio

La città non è un semplice fondale. I portici di via Po, i caffè storici, le atmosfere sabaude entrano nel racconto come materia viva, restituendo quella Torino sospesa e un po' segreta che da sempre nutre la sua tradizione letteraria. La copertina, firmata da Giovanna Binello con il supporto dell'intelligenza artificiale, gioca proprio su questa qualità senza tempo.

L'elogio della parola

Il vero tema del libro, però, è la responsabilità delle parole. In un'epoca dominata da una comunicazione rapida e spesso superficiale, Alibrandi incarna una piccola resistenza civile: difende la lingua come strumento di conoscenza e ricorda quanto sia necessario fermarsi ad ascoltare, interpretare e capire.

L'autore

Gianni Fontana, torinese del 1951, è laureato in Psicologia sociale. Ha insegnato italiano agli studenti stranieri e ha lavorato a lungo nel giornalismo e nella comunicazione, come redattore di riviste e direttore di periodici locali. Con questo libraio amante delle parole firma un giallo anomalo, che trasforma il vocabolario nell'arma del delitto — e della sua soluzione.