Durata pochissimi giorni, tanto è bastato per scatenare una tempesta. Meta ha fatto marcia indietro e ha disattivato una controversa funzione di intelligenza artificiale su Instagram, come riportano la BBC e altre testate internazionali.

Cosa faceva la funzione

Lo strumento, chiamato Muse, permetteva agli utenti di generare nuove immagini artificiali a partire dalle foto pubbliche di altri profili: di fatto, la possibilità di creare deepfake, cioè immagini sintetiche realistiche, di persone reali. A rendere il tutto ancora più delicato era il meccanismo con cui la funzione veniva applicata: risultava attiva per impostazione predefinita su tutti gli account pubblici, che dovevano attivarsi da soli per escludersi. In pratica, chi non interveniva si ritrovava automaticamente esposto.

Le proteste

La reazione, come racconta The Verge, è stata rapida e dura. A protestare sono state soprattutto le realtà del mondo dello spettacolo: agenzie che rappresentano grandi star e il sindacato degli attori e dei performer statunitensi hanno criticato apertamente la funzione, invitando gli iscritti a disattivare il consenso all'uso della propria immagine. Il timore era chiaro: che il volto e la somiglianza di una persona potessero essere trasformati in materiale da rielaborare senza un consenso esplicito.

Anche tra gli utenti comuni sono montate le preoccupazioni sulla privacy e sull'uso dei dati personali, in un momento in cui il tema dei deepfake e delle immagini generate dall'IA è al centro del dibattito pubblico.

La marcia indietro di Meta

Di fronte alle critiche, come sottolinea Variety, l'azienda ha scelto di sospendere lo strumento. Nella sua spiegazione, Meta ha ammesso in sostanza di aver mancato l'obiettivo: l'intenzione, ha fatto sapere, era offrire uno strumento creativo lasciando alle persone il controllo sull'uso dei propri contenuti pubblici, ma il riscontro ricevuto ha convinto la società a rimuovere la funzione.

Una lezione per l'industria

Il caso Muse va oltre la singola app. Racconta la difficoltà con cui le grandi piattaforme stanno introducendo strumenti di intelligenza artificiale generativa, spesso lanciati in fretta e poi ritirati sotto la pressione dell'opinione pubblica. Il nodo resta sempre lo stesso: consenso e trasparenza nell'uso dell'immagine e dei dati delle persone. Una funzione che parte "attiva per tutti", chiedendo semmai di dover rinunciare, sposta l'onere sulle spalle degli utenti e, come dimostra questa vicenda, rischia di trasformarsi in un boomerang reputazionale.