La crisi nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale dei flussi energetici mondiali, tiene le imprese italiane con il fiato sospeso. Tra rincari dell'energia, costi logistici in salita e mercati di sbocco che si chiudono, il sistema produttivo nazionale si trova a fare i conti con un'incertezza che pesa su programmazione e margini. Eppure, come ripetono gli imprenditori, "il business non può fermarsi": consegne, contratti e filiere vanno comunque onorati.

Le bollette tornano a fare paura

Il nodo più immediato è quello energetico. Secondo il Rapporto di Previsione Primavera 2026 del Centro Studi Confindustria, ripreso dall'ANSA, la bolletta energetica dell'industria potrebbe aumentare tra i 7 e i 21 miliardi di euro nel 2026 rispetto al 2025. Lo scenario più contenuto (7 miliardi) presuppone una fine del conflitto in Iran entro giugno con il petrolio attorno ai 110 dollari al barile; quello più severo (21 miliardi) ipotizza il prolungarsi della guerra con greggio a 140 dollari di media, una pressione definita "insostenibile" per le aziende.

I dati di Confartigianato fotografano il rincaro in corso: nei mesi della crisi il prezzo del gas è risultato in media del 38,3% superiore ai livelli pre-crisi di febbraio, l'elettricità all'ingrosso oltre l'11% sopra la media precedente e il gasolio industriale, al netto delle imposte, oltre il 56%. Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha avvertito che, se il gas dovesse superare i 70 euro al megawattora, potrebbe rendersi necessario riattivare alcune centrali a carbone, escludendo invece un ritorno al gas russo.

I settori più esposti

A pagare il prezzo più alto sono le filiere ad alta intensità energetica: metalmeccanica, chimica, ceramica, vetro e carta, dove l'energia incide in misura rilevante sul costo del prodotto finito. Non è solo questione di bollette. Secondo l'indagine richiamata da Confindustria, tra le preoccupazioni delle imprese figurano i costi dell'energia (citati dal 25% degli intervistati), le spese di trasporto e assicurazione (21,9%) e i prezzi delle materie prime non energetiche (18,4%). Il fronte logistico è particolarmente sensibile: l'instabilità nel Golfo si riflette su noli marittimi e premi assicurativi per le navi che attraversano l'area, allungando tempi e costi delle forniture.

Export verso il Medio Oriente in frenata

L'incertezza non colpisce solo i costi, ma anche gli sbocchi commerciali. Sempre secondo l'analisi di Confartigianato, nei primi due mesi della crisi del Golfo le esportazioni italiane verso il Medio Oriente sono calate di 1.586 milioni di euro rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, pari a un -33%. Sul piano territoriale il contraccolpo più forte si registra in Veneto ed Emilia-Romagna, due delle regioni a maggiore vocazione manifatturiera ed esportatrice. A pesare sull'export è anche un contesto già debole, segnato dai dazi statunitensi e dal rallentamento della domanda europea.

Reagire senza fermarsi

Di fronte a questo quadro, le imprese cercano di adattarsi: rinegoziano i contratti di fornitura energetica, valutano coperture sui prezzi, diversificano rotte e fornitori e accelerano gli investimenti in efficienza. Sul piano pubblico, le associazioni di categoria chiedono interventi mirati, mentre lo spazio di manovra fiscale dell'Italia appare più stretto rispetto a Francia e Germania. La parola d'ordine, per ora, resta una: continuare a produrre e consegnare, perché fermarsi avrebbe un costo ancora più alto dell'incertezza.