Un tribunale libico ha pronunciato la sua sentenza su un nome che in Italia è diventato sinonimo di uno scontro politico durato mesi. Il Tribunale di Tripoli ha condannato Osama Najeem Almasri a 7 anni e 4 mesi di reclusione per aver violato i diritti dei detenuti, secondo quanto riferito il 21 giugno 2026 dall'ANSA e da Tgcom24. Alla pena si aggiungono la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per la durata della condanna più un anno.

Chi è Almasri e di cosa è accusato

Almasri era il comandante del carcere di Mitiga, a Tripoli, una struttura al centro di numerose denunce di abusi. I capi d'accusa contestati dal tribunale libico riguardano la violazione dei diritti dei detenuti, la tortura di dieci prigionieri e la morte di un detenuto attribuita ai maltrattamenti.

Su un piano diverso e ben più grave, Almasri è destinatario di un mandato d'arresto della Corte penale internazionale (Cpi) dell'Aja per crimini contro l'umanità e crimini di guerra — tra cui omicidio, tortura e violenza sessuale — che sarebbero stati commessi a Mitiga a partire dal 2015.

Il caso che ha scosso il governo italiano

È proprio sul mandato della Cpi che si innesta l'angolazione italiana della vicenda. Nel gennaio 2025 Almasri fu arrestato a Torino dalle autorità italiane in esecuzione del mandato internazionale. Due giorni dopo, però, la Corte d'appello di Roma non convalidò l'arresto e l'ufficiale fu liberato. Il governo lo rimpatriò in Libia con un volo di Stato, sottraendolo di fatto alla richiesta di consegna avanzata dall'Aja — una scelta motivata con ragioni di sicurezza e contestata duramente dalle organizzazioni per i diritti umani e dalla stessa Corte penale internazionale, che chiese spiegazioni a Roma.

La vicenda travolse i vertici dell'esecutivo. Come ricostruito da Sky TG24, il Tribunale dei ministri ha poi chiesto l'autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, con ipotesi di reato che spaziano dal favoreggiamento all'omissione di atti d'ufficio. Un fronte politico e giudiziario tuttora aperto.

La sentenza non chiude il fronte dell'Aja

La condanna pronunciata a Tripoli non azzera automaticamente il procedimento della Cpi. La Corte dell'Aja resta competente a valutare se il processo nazionale copra gli stessi fatti e rispetti gli standard richiesti dal principio di complementarità: un processo ritenuto non genuino o limitato a reati minori non impedirebbe alla giustizia internazionale di rivendicare la propria giurisdizione.

Il risultato è una sentenza che, lungi dal chiudere la partita, riporta sotto i riflettori le scelte compiute da Roma poco più di un anno fa. La condanna a Tripoli arriva per fatti diversi e meno gravi rispetto alle imputazioni dell'Aja, mentre in Italia resta aperto il nodo della responsabilità del governo nel rimpatrio.