L'osteoartrosi del ginocchio è una delle cause più comuni di dolore cronico e disabilità, anche in Italia, dove colpisce soprattutto le persone oltre i 50 anni e tende a peggiorare con l'età e il sovrappeso. Quando antidolorifici, fisioterapia e infiltrazioni non bastano più, la strada classica è la protesi, cioè la sostituzione dell'articolazione. Ma esiste uno spazio intermedio per chi ha esaurito le terapie conservative senza essere ancora pronto a un intervento maggiore. È qui che si inserisce una procedura emergente di radiologia interventistica.

Di cosa si tratta: l'embolizzazione dell'arteria genicolare

La procedura si chiama embolizzazione dell'arteria genicolare (in inglese genicular artery embolization, GAE). L'idea, come spiega ScienceDaily riportando il lavoro della University of Colorado Anschutz, è ridurre l'afflusso di sangue alle aree infiammate dell'articolazione. Nell'osteoartrosi, infatti, si formano piccoli vasi sanguigni anomali che alimentano l'infiammazione e i segnali di dolore.

Nella pratica, il medico inserisce un sottile catetere attraverso l'arteria femorale e, sotto guida radiologica, lo porta fino alle arterie genicolari del ginocchio. Da lì rilascia microscopiche particelle (microsfere) che bloccano i vasi anomali. È un intervento ambulatoriale, eseguito in sedazione cosciente, che dura circa una o due ore; il paziente torna a casa lo stesso giorno, come descrive la testata della University of Colorado Anschutz.

Per quali pazienti

I candidati ideali sono persone con osteoartrosi da lieve a moderata che non hanno risposto alle terapie conservative ma non sono ancora pronte alla protesi. Anche chi ha una malattia più avanzata può sottoporsi alla procedura, ma i benefici tendono a durare meno.

Cosa dicono i numeri

Secondo i ricercatori della University of Colorado Anschutz, circa il 70% dei pazienti ottiene un sollievo significativo, dimezzando o più i propri punteggi di dolore. Esistono dati di follow-up a quattro anni dal Giappone, dove la tecnica è nata oltre un decennio fa, e a due anni dagli Stati Uniti.

È però importante leggere questi dati senza enfasi. La letteratura scientifica indipendente mostra risultati più variabili. In uno studio prospettico pubblicato sul Journal of Vascular and Interventional Radiology, il 47,4% dei pazienti (18 su 38) aveva una riduzione del dolore di almeno il 50% a 24 mesi; tra chi rispondeva bene già a 12 mesi, il 72% manteneva il beneficio a due anni. La University of Miami riferisce che in uno studio circa il 60% dei partecipanti ha avuto un sollievo significativo, segnalando però che entro due anni una quota di pazienti ha comunque avuto bisogno della protesi o di una seconda embolizzazione.

I limiti da tenere presenti

Va detto con chiarezza: si tratta di una tecnica ancora in fase di ricerca. I campioni degli studi sono piccoli (decine di pazienti) e i follow-up sono spesso limitati a uno o due anni. La selezione del paziente resta decisiva, e i benefici sono meno duraturi nelle forme gravi. Diversi dispositivi collegati a questa procedura hanno ottenuto dalla statunitense FDA lo status di "breakthrough device" dal 2021 in poi, segno di interesse ma non di una validazione definitiva: le sperimentazioni cliniche sono tuttora in corso.

Nota per i lettori

Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere medico. La GAE non è una cura miracolosa né è adatta a tutti: chi soffre di dolore cronico al ginocchio dovrebbe discutere le opzioni — fisioterapia, terapie farmacologiche, infiltrazioni e, quando indicata, la protesi — con il proprio ortopedico o medico curante.