Tre edizioni consecutive della Coppa del Mondo senza l'Italia. Non era mai successo nella storia degli Azzurri, ed è successo adesso: Russia 2018, Qatar 2022 e ora il torneo del 2026 si giocheranno senza i quattro volte campioni del mondo. La sconfitta del 31 marzo a Zenica, in Bosnia, ha trasformato una serie di incidenti in una condanna storica.
Le tre porte sbattute in faccia
La prima frattura risale al novembre 2017. Nel doppio spareggio per Russia 2018 la Svezia vince 1-0 a Solna e resiste allo 0-0 di San Siro: l'Italia resta fuori dal Mondiale per la prima volta dal 1958. Sembrava un incidente. Si rivelò un sintomo.
Il 24 marzo 2022 il sintomo diventa malattia. A Palermo, in semifinale dei playoff per il Qatar, l'Italia campione d'Europa in carica domina la Macedonia del Nord per oltre novanta minuti, poi al 92' Aleksandar Trajkovski inventa un destro da fuori che vale lo 0-1 e l'eliminazione. Una delle sconfitte più clamorose mai subite dagli Azzurri.
Il terzo capitolo è quello appena scritto. Arrivata di nuovo agli spareggi, l'Italia cade nella finale di Zenica contro la Bosnia ed Erzegovina: dopo un vantaggio iniziale e l'inferiorità numerica per un'espulsione, gli Azzurri si fanno raggiungere e cedono ai calci di rigore. Tre playoff, tre eliminazioni.
Perché continua a succedere
Le tre sconfitte hanno volti e commissari tecnici diversi, ma una radice comune. Il dato più citato è la percentuale di minuti giocati da italiani in Serie A, scesa sotto la soglia di un terzo: il campionato si è internazionalizzato e i club, sotto pressione di risultato, preferiscono comprare giocatori pronti all'estero piuttosto che lanciare i giovani dei vivai. Il risultato è un bacino di selezione più stretto e un calo qualitativo nei ruoli chiave, su tutti l'attacco, dove l'Italia fatica a produrre un centravanti di livello mondiale da oltre un decennio. A questo si somma una filiera giovanile che non converte: tanti talenti nelle nazionali Under, pochi che esplodono in prima squadra perché non trovano spazio. È un problema di sistema, non di singolo allenatore.
Il paradosso dell'Europeo
Resta l'enigma del 2021. La stessa generazione che non ha visto il Qatar aveva vinto l'Europeo a Wembley pochi mesi prima. Il paradosso si spiega con la natura dei tornei: una squadra ben organizzata, come quella di Mancini, può vincere sette partite in un mese sfruttando compattezza ed episodi. Una qualificazione, invece, è una prova lunga che misura la profondità della rosa più del picco di forma. L'Europeo ha mascherato per un'estate una debolezza strutturale che le qualificazioni mondiali, una dopo l'altra, hanno messo a nudo.
Il conto politico
La terza eliminazione ha avuto un prezzo ai vertici. Pochi giorni dopo Zenica, Gabriele Gravina si è dimesso dalla presidenza della FIGC, convocando l'assemblea elettorale. Proprio oggi Giovanni Malagò, ex presidente del CONI, è stato eletto nuovo presidente federale, e sarà operativo dal primo luglio. Eredita due nodi: la riforma di un sistema che continua a non produrre nazionali competitivi e la scelta sul commissario tecnico. Ma il messaggio di queste tre eliminazioni è più scomodo di qualsiasi cambio in panchina o in poltrona: senza ricostruire i vivai e ridare spazio agli italiani in campo, il prossimo playoff rischia di essere solo il quarto atto della stessa storia.



