Archiviata l'elezione — vinta con il 68,58% dei voti contro il 29,19% di Giancarlo Abete — Giovanni Malagò ha scelto il primo intervento ufficiale da presidente della FIGC per mettere sul tavolo il programma. La sintesi è in una frase: «Ho sempre avuto un unico e solo scopo: fare grande l'Italia», ha dichiarato all'ANSA il dirigente romano, 67 anni, già al vertice del CONI e organizzatore di Milano-Cortina 2026.

Un mandato collegiale

Il tono è quello del lavoro di squadra. «Non sono un Papa nero, sono figlio della Figc», ha scandito Malagò secondo quanto riportato da Il Mattino, promettendo di far sentire il mondo del calcio «orgoglioso di andare insieme verso questa nuova epoca». Raccoglie l'eredità di Gabriele Gravina, dimessosi dopo l'eliminazione dell'Italia dalla corsa ai Mondiali contro la Bosnia.

Il nodo Nazionale e la scelta del CT

Il punto più urgente resta il rilancio della Nazionale, reduce dalla terza esclusione consecutiva da una fase finale dei Mondiali. Malagò ha però frenato sulle tempistiche: non ha ancora parlato con possibili allenatori e prima vuole verificare i bilanci della federazione. Tra le idee di fondo c'è l'istituzione di una figura di direttore della strategia tecnica che faccia da regia al progetto di Club Italia. La nomina del nuovo commissario tecnico arriverà solo dopo il primo luglio, quando il presidente sarà pienamente operativo. Il nome più ricorrente tra le indiscrezioni di stampa è quello di Roberto Mancini, ma al momento non c'è alcuna conferma ufficiale.

Riforme e dialogo con il governo

Sul piano strutturale, il programma punta a snellire la macchina federale e a costruire una dirigenza competente nei settori professionistico, dilettantistico, giovanile e femminile, con un'attenzione particolare ai vivai e al ricambio generazionale. Coverciano dovrebbe diventare l'hub strategico della federazione, integrando scouting, analisi dati e medicina sportiva.

Tra i primi passi concreti, Malagò ha annunciato un incontro con il ministro per lo Sport Andrea Abodi, in programma venerdì: un segnale della volontà di riallacciare il dialogo con il governo. Il calendario, ora, scandisce le attese: dal primo luglio la parola dovrà trasformarsi in scelte.