Per oltre cento giorni il Golfo Persico è stato una trappola. Dalla chiusura imposta da Teheran il 4 marzo 2026, centinaia di navi sono rimaste imbottigliate dietro lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare largo poche decine di chilometri da cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale. Tra le imbarcazioni che ne sono uscite c'è la Yasa Moon, bulk carrier della d'Amico Società di Navigazione, il cui transito è diventato il simbolo di come l'armamento italiano abbia attraversato la fase più acuta della crisi.
Il ruolo della Marina militare
La novità italiana è il peso assunto dalla Marina militare. Nel comunicato di ringraziamento riportato da Blue Economy, d'Amico ha attribuito il merito del transito proprio alla Marina, che avrebbe garantito il coordinamento operativo con la US Navy e vigilato su un corridoio di navigazione sicuro al largo delle coste dell'Oman nei quindici giorni precedenti l'uscita. L'azienda ha parlato di un'operazione riuscita in uno "scenario di straordinaria complessità".
Non è un episodio isolato. La Difesa ha schierato i cacciamine Crotone e Rimini con circa 500 militari a Gibuti, come documentato dal Sole 24 Ore, a riprova di un impegno nazionale crescente sulla sicurezza delle rotte commerciali.
Una traversata nell'ombra
Il quadro operativo emerso dalle ricostruzioni di stampa è quello di una navigazione condotta al riparo dai riflettori. Durante i mesi della crisi, riferiscono le cronache, molti mercantili hanno attraversato lo Stretto con il transponder AIS spento — la cosiddetta tattica del dark ship — per non offrire un bersaglio prevedibile. In quel vuoto, le comunicazioni di bordo sono diventate il vero campo di battaglia, con segnali radio contraddittori sullo stato di apertura dello Stretto. Si tratta di dettagli operativi attribuiti alle fonti giornalistiche e non confermati ufficialmente sulla singola nave, ma che restituiscono il clima di tensione di quelle settimane.
Una pace fragile per i traffici
Lo sblocco arriva dopo l'intesa USA-Iran di metà giugno, con la riapertura formale dello Stretto e la progressiva rimozione del blocco navale. Ma il rischio resta alto. Come avverte TrasportoEuropa, il problema delle mine non è ancora affrontato e nel Golfo si concentrano centinaia di navi in attesa, con concreti rischi di collisione in corsie strettissime. Le grandi compagnie e organismi come il BIMCO chiedono garanzie credibili prima di parlare di normalità.
Per il sistema-Paese italiano la vicenda Yasa Moon è insieme un sollievo e un monito: la flotta tricolore dipende da chokepoint che possono chiudersi in poche ore, e la sicurezza dei traffici passa ormai per un intreccio inedito tra armatori privati, diplomazia e capacità militare.



