La richiesta
Torna a farsi sentire una delle voci più note dell'archeologia mondiale. Zahi Hawass, egittologo e segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie, ha rilanciato la richiesta di restituzione di tre reperti simbolo, durante una masterclass al festival Marateale, a Maratea, in Basilicata.
La lista, per Hawass, è precisa: la Stele di Rosetta, oggi al British Museum di Londra; il busto di Nefertiti, conservato a Berlino; e lo Zodiaco di Dendera, al Louvre di Parigi. Tre pezzi che, nel suo ragionamento, devono tornare in Egitto.
Non è una novità: è una battaglia che l'egittologo, 79 anni, porta avanti da tempo. Ma il richiamo si inserisce nel dibattito, sempre più acceso, sulla restituzione dei beni culturali ai Paesi d'origine, e sul rapporto tra i grandi musei occidentali e le civiltà da cui provengono le loro collezioni.
Perché quei tre reperti
Non sono scelti a caso. La Stele di Rosetta è l'oggetto che permise di decifrare i geroglifici, grazie al testo inciso in più scritture: è, in un certo senso, la chiave della lingua dell'antico Egitto. Il busto di Nefertiti è uno dei volti più celebri e riprodotti dell'antichità. Lo Zodiaco di Dendera è una straordinaria testimonianza delle conoscenze astronomiche egizie.
Per Hawass, riportare in Egitto proprio questi tre pezzi avrebbe un valore che va oltre il singolo oggetto: significherebbe ricomporre, almeno in parte, il racconto di una civiltà oggi diviso tra le vetrine di mezzo mondo.
I miti da sfatare
L'egittologo ha colto l'occasione anche per correggere alcune leggende molto radicate. La "maledizione di Tutankhamon", ha spiegato, fu un'invenzione mediatica, alimentata all'epoca dalla stampa concorrente di chi aveva l'esclusiva sulla scoperta, non un fatto reale.
Allo stesso modo, ha ribadito che le piramidi non furono costruite da schiavi, ma da lavoratori retribuiti, come dimostrano le iscrizioni e i ritrovamenti nelle tombe delle maestranze. È un punto su cui gli studiosi insistono da tempo, ma che la cultura popolare continua a ignorare.
Un patrimonio ancora sepolto
C'è infine una cifra che Hawass ama ricordare, e che dà la misura di quanto resti da scoprire: secondo le sue valutazioni, finora è stato riportato alla luce solo il 30 per cento del patrimonio archeologico egiziano. Il resto è ancora sotto la sabbia.
È un dato che rafforza, nel suo discorso, la richiesta di restituzione: se l'Egitto custodisce già gran parte della propria storia e continua a riscoprirla, tanto più, sostiene, dovrebbero tornare a casa i pezzi finiti all'estero. La questione, naturalmente, resta aperta e controversa, e riguarda istituzioni, come il British Museum, il Neues Museum e il Louvre, che su queste posizioni hanno storicamente mantenuto grande cautela.



