Un milione e mezzo di persone nel mirino del caldo
Mentre l'Italia affronta un'ondata di calore che da giorni stringe il Paese, CGIL e Greenpeace Italia lanciano un allarme preciso: nei giorni più torridi di fine giugno circa 1,5 milioni di lavoratori e lavoratrici rischiano danni gravi alla salute a causa delle temperature estreme. La stima nasce dall'incrocio tra le previsioni di rischio termico del progetto Worklimate — sviluppato da CNR e INAIL — e i dati sull'occupazione dell'ISTAT.
Non un dato strutturale annuale, ma la fotografia di una specifica finestra di emergenza, che però fa emergere una vulnerabilità tutt'altro che occasionale.
Chi rischia di più
A pagare il prezzo più alto sono i lavoratori costretti a operare all'aperto o in ambienti non climatizzati: muratori, carpentieri, braccianti agricoli, rider e magazzinieri. Sono mestieri in cui la pausa non è un'opzione gestibile in autonomia e in cui le protezioni dal calore restano spesso insufficienti. Greenpeace ricorda inoltre che eventi così intensi sono ormai molte volte più probabili rispetto all'epoca preindustriale, a causa della crisi climatica.
Il governo risponde, i sindacati chiedono di più
Il governo ha previsto la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione in deroga nelle giornate di allerta rossa da caldo, consentendo la sospensione temporanea delle attività all'aperto. Ma Il Fatto Quotidiano ha segnalato come restino aperti diversi nodi: la copertura finanziaria, le categorie incluse e una formulazione — l'eccezione per i lavori «di pubblica utilità» — talmente ampia da rischiare di escludere proprio chi opera nei grandi cantieri.
I sindacati chiedono un salto di qualità: norme nazionali vincolanti che vietino il lavoro nelle fasce orarie più calde, garantiscano acqua e sali minerali e consentano la riprogrammazione degli orari. La richiesta è di smettere di trattare il caldo come un'emergenza stagionale e di costruire una risposta strutturale.
Un problema risolvibile
I dati offrono un argomento ai sindacati: dove sono state adottate ordinanze anti-caldo, gli infortuni nei settori più esposti come edilizia e agricoltura sono calati in modo sensibile. Il quadro territoriale resta però frammentato, con regioni che si sono mosse e altre ferme. Per CGIL e Greenpeace il problema non è tecnico ma politico: gli strumenti esistono, manca una regia nazionale che li renda davvero efficaci.



