Il calcio italiano ha un nuovo capo. L'assemblea elettiva della Federazione Italiana Giuoco Calcio, riunita a Roma lunedì 22 giugno 2026, ha eletto Giovanni Malagò presidente della FIGC. L'ex presidente del CONI raccoglie così l'eredità di Gabriele Gravina, dimessosi dopo l'ennesimo fallimento azzurro: la terza, consecutiva mancata qualificazione alla fase finale di un Mondiale.

Il voto: vittoria al primo scrutinio

La sfida era a due, tra Malagò e Giancarlo Abete, già presidente federale dal 2007 al 2014 e oggi alla guida della Lega Nazionale Dilettanti. I numeri della vigilia, però, non lasciavano molti dubbi: Malagò partiva con il sostegno di Lega Serie A, Lega Serie B, dell'Associazione Italiana Calciatori e dell'Associazione Italiana Allenatori, mentre Abete poteva contare soprattutto sul mondo dei dilettanti.

Per essere eletti al primo turno serviva il 50% più uno delle preferenze, secondo il sistema dei voti ponderati: una soglia che Malagò ha superato senza bisogno di ulteriori scrutini. Le prime ricostruzioni gli attribuiscono una maggioranza molto ampia, indicata dalle diverse fonti tra il 66% e il 70% dei voti, anche se la percentuale ufficiale definitiva resta da consolidare. Per Abete una sconfitta netta, maturata su un perimetro di consensi troppo ristretto.

Un mandato di riforma

Nelle dichiarazioni della vigilia, riprese da Il Mattino, Malagò aveva insistito sulla volontà di replicare nel calcio i successi gestionali ottenuti in altri ambiti dello sport italiano, presentandosi come l'uomo della discontinuità e del metodo. Abete, dal canto suo, aveva avvertito che ripartire senza affrontare i nodi di sostanza sarebbe stato un errore, rivendicando un'analisi più severa sullo stato del sistema.

Le sfide che attendono Malagò

Il nuovo corso si apre con un'agenda fitta. Il primo dossier è quello della Nazionale: dopo tre esclusioni di fila dalla fase finale del Mondiale, il tema non è soltanto la scelta del commissario tecnico, ma un ripensamento complessivo della filiera che porta i talenti alla maglia azzurra, dai vivai al numero di italiani impiegati nei club.

C'è poi il capitolo multiproprietà, da tempo terreno di scontro — come testimoniato dalla protesta dei tifosi del Bari proprio davanti alla sede federale: la coesistenza di più società sportive sotto lo stesso controllo solleva interrogativi su regolarità delle competizioni e conflitti di interesse, e il nuovo presidente dovrà decidere se accelerare verso una stretta o gestire una transizione graduale.

Infine la governance. La FIGC è una federazione attraversata da equilibri delicati tra leghe professionistiche, dilettanti, calciatori e allenatori. Riformare i pesi del voto, la sostenibilità economica dei club e i rapporti con la politica sportiva sarà la vera prova della presidenza Malagò: la legittimazione del primo scrutinio gli offre capitale politico, ma le resistenze interne restano numerose.

Il calcio italiano riparte da qui, con un presidente forte di un mandato chiaro e con la consapevolezza che, dopo anni di delusioni, l'attesa di risultati concreti non ammette altri rinvii.