L'ultima sera
È successo sabato sera al Gemia Swing Club di Busto Arsizio: Gianni Cazzola si è accasciato mentre era seduto alla batteria, durante l'esibizione. Aveva 88 anni.
C'è una retorica facile su chi muore sul palco, e conviene evitarla. Ma il dato di fatto è che a 88 anni Cazzola stava ancora lavorando, in un locale, di sabato sera, davanti a un pubblico: e questo dice della sua vita più di qualsiasi commento.
Da San Giovanni in Persiceto in avanti
Era nato nel 1938 a San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna. Ha cominciato a suonare da professionista nel 1957, a diciannove anni, con il chitarrista Franco Cerri, uno dei nomi fondativi del jazz italiano del dopoguerra.
Da lì è entrato nel giro che contava. Nel 1958 è approdato al quintetto di Gianni Basso e Oscar Valdambrini, la formazione che per un paio di decenni ha rappresentato il centro di gravità del jazz italiano. Nel corso della carriera ha accompagnato musicisti del calibro di Billie Holiday e Chet Baker, e ha collaborato a lungo con il pianista Dado Moroni.
Che tipo di batterista era
Per capire cosa faccia la differenza in un batterista di quella scuola bisogna spostare l'attenzione da quello che si sente a quello che non si sente. Cazzola apparteneva alla generazione che ha imparato il jazz suonandolo dal vivo, spesso accompagnando solisti americani di passaggio in Italia, in serate in cui non c'erano prove e bisognava capire al volo dove voleva andare l'altro.
È un mestiere fatto di ascolto prima che di tecnica: tenere il tempo in modo che nessuno lo noti, spostare il peso di una frase, sapere quando riempire e quando togliere. È la ragione per cui i batteristi di quella scuola lavorano per sessant'anni: perché quello che offrono non passa di moda e non si impara in fretta.
Busto Arsizio
Aveva legato la seconda parte della sua vita a Busto Arsizio, dove si era trasferito negli anni Sessanta e dove ha continuato a suonare regolarmente. Non è un dettaglio biografico secondario: significa che per decenni un musicista di quel livello è stato disponibile, ogni settimana, a chi voleva ascoltarlo pagando l'ingresso di un club di provincia. Molti jazzisti italiani della sua generazione hanno fatto la stessa scelta, ed è il motivo per cui l'Italia ha avuto una scena diffusa e non concentrata in due o tre città.
Il saluto di De Piscopo
Fra i primi a ricordarlo c'è stato Tullio De Piscopo: "Il tuo ritmo, il tuo sorriso e la tua umanità resteranno per sempre nel cuore di tutti i musicisti. Ciao Gianni, continua a improvvisare anche da lassù".
È il tipo di saluto che si scambiano fra loro le persone che hanno diviso lo stesso mestiere per mezzo secolo, e vale più di un necrologio.



