Basta una sera tiepida di giugno, lontano dai lampioni, perché l'erba alta cominci a respirare luce. Puntini verdognoli che si accendono e si spengono, salgono e ricadono: sono le lucciole, e per molti di noi sono il ricordo più nitido dell'infanzia estiva. Ma cosa sono, davvero, queste piccole stelle cadute nel prato?
Non sono mosche: sono coleotteri
Il primo equivoco da sfatare riguarda il nome. Le lucciole non hanno nulla a che vedere con le mosche: appartengono all'ordine dei Coleotteri, gli stessi delle coccinelle e degli scarabei, e formano la famiglia dei Lampiridi (Lampyridae), che conta oltre duemila specie nel mondo. In Italia ne vivono diciassette, tra cui le diffuse Lampyris noctiluca e Luciola italica. Il loro fascino comincia molto prima del volo: le larve, che vivono mesi nel sottobosco umido, sono predatrici voraci di lumache e chiocciole, minuscole alleate dell'agricoltore.
Perché si accendono: chimica e amore
La luce delle lucciole è uno dei rari casi di luce "fredda" prodotta da un essere vivente. Il fenomeno si chiama bioluminescenza e nasce, come spiega Focus, da una reazione chimica nell'addome dell'insetto: una sostanza chiamata luciferina reagisce con l'ossigeno in presenza dell'enzima luciferasi, generando luce quasi senza calore. Un'efficienza che nessuna lampadina umana ha mai eguagliato.
E perché lo fanno? Per amore, o quasi. Quei lampeggiamenti sono un linguaggio di corteggiamento. In molte specie italiane la femmina è priva di ali e resta tra l'erba, dove emette il suo segnale luminoso; il maschio vola nella notte cercando quel bagliore. Ecco perché lo spettacolo dura poco e arriva quasi sempre tra fine maggio e l'inizio dell'estate.
Quando e dove vederle
Il momento è adesso. Per osservarle bisogna allontanarsi dalle luci artificiali: prati incolti, argini di fossi, radure boschive e campagne ancora umide sono i loro luoghi d'elezione. Conviene una notte senza luna, spegnere le torce e lasciare che gli occhi si abituino al buio. La pazienza viene ripagata in pochi minuti.
Un mondo che si spegne
Il problema è che quel buio, oggi, è diventato raro. Le popolazioni di lucciole sono in declino in tutta Italia, e le cause sono note agli studiosi. L'inquinamento luminoso è forse il più insidioso: dove la notte è troppo illuminata, i maschi non distinguono più il debole segnale delle femmine, e gli accoppiamenti crollano. A questo si aggiungono i pesticidi dell'agricoltura intensiva, che sterminano larve e prede, e la cementificazione che divora gli habitat umidi.
La profezia di Pasolini
Di questa scomparsa, però, qualcuno aveva parlato molto prima degli entomologi. Il 1° febbraio 1975, sul Corriere della Sera, Pier Paolo Pasolini pubblicava l'articolo poi noto come «L'articolo delle lucciole», confluito negli Scritti corsari. Lì lo scrittore raccontava che, all'inizio degli anni Sessanta, le lucciole erano cominciate a sparire a causa dell'inquinamento. Ma per Pasolini erano una metafora: la loro luce spenta era il segno di un'intera Italia che svaniva, quella contadina e autentica, travolta dal consumismo. È importante distinguere: la scienza ci dice perché le lucciole si spengono davvero; Pasolini ne fece il simbolo di una mutazione culturale. Eppure le due cose, oggi, sembrano sovrapporsi. Proteggere quei bagliori nel buio significa difendere insieme un ecosistema e una memoria.



