Sette mesi di provini
Ci sono ruoli che segnano una carriera prima ancora che cominci. Per Ludovica Nasti, nata nel 2006 a Pozzuoli, quel ruolo è arrivato a dieci anni: Lila Cerullo bambina ne L'amica geniale, la serie tratta dai romanzi di Elena Ferrante. La selezione durò sette mesi di provini, e il risultato è uno dei volti più riconoscibili della serialità italiana degli ultimi anni, arrivata a quattro stagioni e a un pubblico internazionale.
Lei quel periodo lo riassume senza enfasi: una cosa bella, che le ha lasciato molti bei ricordi e che è stata una grande opportunità.
Il problema dei bambini prodigio
La storia del cinema è piena di interpreti bambini che non sono riusciti a diventare interpreti adulti. È il rischio strutturale di chi viene scoperto prestissimo per una qualità, l'autenticità, che con l'età smette di bastare e va sostituita con il mestiere.
Nasti quel passaggio lo sta facendo. Dopo L'amica geniale è arrivata Mina Settembre, poi La Preside, e infine il primo ruolo da protagonista in Storia del Frank e della Nina, diretto da Paola Randi. Quel lavoro le è valso il David come migliore attrice rivelazione italiana, il riconoscimento riservato agli emergenti under 25.
Cosa farà adesso
Fra un mese tornerà sul set per la seconda stagione de La Preside, di nuovo accanto a Luisa Ranieri. In parallelo si è iscritta all'università, scelta che nel suo mestiere non è scontata e che dice qualcosa su come intende gestire i tempi lunghi di una carriera.
Il 23 luglio sarà al Giffoni Film Festival per un'iniziativa dell'Unicef, accompagnata dagli allievi dell'accademia di recitazione fondata dalla madre e dalla sorella. Come ambasciatrice Unicef, ha in programma un viaggio in Libano.
Un profilo che si è spostato
Il ritratto che ne esce è quello di un'attrice che ha smesso di essere soltanto la bambina di una serie di successo, senza per questo rinnegarla. Il rione di L'amica geniale resta il punto di partenza, ma il percorso, fra un premio da rivelazione, una fiction generalista, l'università e il lavoro con l'Unicef, si è già allargato parecchio oltre quel perimetro.
È il modo meno spettacolare e più solido di costruire una carriera: continuare a lavorare, e lasciare che il ruolo che tutti ricordano diventi con il tempo solo il primo di un elenco.



