La posizione di Sollecito

Raffaele Sollecito è tornato sulla vicenda del risarcimento mai arrivato, definendo la sua condizione un cortocircuito morale: assolto in via definitiva, e tuttavia mai indennizzato per il tempo trascorso in carcere.

Sollecito fu arrestato nel novembre 2007 nell'ambito delle indagini sull'omicidio di Meredith Kercher, la studentessa britannica uccisa a Perugia. Restò detenuto fino al 2011, quasi quattro anni. Dopo un percorso processuale che attraversò più gradi di giudizio e un annullamento con rinvio, la Corte di cassazione pronunciò l'assoluzione definitiva il 27 marzo 2015.

Per quell'omicidio l'unica condanna definitiva è quella di Rudy Guede.

Perché la domanda fu respinta

Dopo l'assoluzione, Sollecito presentò domanda di riparazione per ingiusta detenzione. La richiesta fu respinta, e nel 2017 la Cassazione confermò il rigetto.

La motivazione non rimette in discussione l'assoluzione, e va letta con precisione per capire il meccanismo. I giudici hanno ritenuto che alcune dichiarazioni rese nella fase iniziale delle indagini fossero contraddittorie e non veritiere, e che avessero contribuito a determinare o a prolungare la custodia cautelare. Questo, secondo la legge, basta a escludere l'indennizzo.

Sollecito ha sempre contestato quella lettura, osservando di non aver mai reso dichiarazioni che lo incriminassero e di essersi ritrovato, di fatto, riconosciuto innocente e insieme considerato responsabile della propria detenzione.

Come funziona la riparazione

L'istituto è disciplinato dagli articoli 314 e 315 del codice di procedura penale. Ne ha diritto chi è stato assolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, non ha commesso il fatto, il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, e chi ha subito una custodia cautelare poi riconosciuta illegittima.

Gli importi sono determinati dal giudice entro limiti fissati: il tetto complessivo è di 516.456,90 euro, e il parametro di riferimento comunemente applicato è di circa 235,82 euro per ogni giorno di carcere e circa la metà per ogni giorno di arresti domiciliari. La domanda va presentata alla corte d'appello entro due anni dal passaggio in giudicato della sentenza.

La clausola che decide tutto

Il punto su cui la vicenda di Sollecito diventa un caso di sistema è il secondo comma dell'articolo 314: non ha diritto alla riparazione chi ha dato causa alla propria detenzione, o ha concorso a darle causa, con dolo o colpa grave.

Nata per evitare che venisse indennizzato chi si era volontariamente autoaccusato o aveva ostacolato le indagini, quella clausola ha nel tempo assunto un'applicazione ampia. Comportamenti reticenti, ricostruzioni imprecise o dichiarazioni cambiate nel corso degli interrogatori possono bastare a farla scattare, anche quando la persona viene poi riconosciuta estranea ai fatti.

Ne discende una conseguenza che a molti appare paradossale: l'accertamento dell'innocenza e il diritto a essere risarciti seguono due strade separate, e la seconda può interrompersi anche quando la prima è arrivata in fondo. Chi difende l'impianto normativo obietta che indennizzare chiunque abbia subito una custodia poi caduta significherebbe sanzionare a posteriori valutazioni cautelari che erano legittime nel momento in cui furono prese.

È una discussione aperta da anni, che torna puntualmente in Parlamento, e che il caso Sollecito rende semplicemente più visibile.