Cinquantasette giorni dopo Capaci
Erano le 16.58 di domenica 19 luglio 1992 quando un'autobomba esplose davanti al civico 19 di via Mariano D'Amelio, a Palermo, sotto la casa della madre di Paolo Borsellino. Il magistrato morì sul colpo insieme a cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Un sesto agente, Antonino Vullo, sopravvisse perché in quel momento stava manovrando un'auto di servizio.
Emanuela Loi aveva venticinque anni ed era la prima donna della polizia italiana uccisa in servizio.
Erano passati cinquantasette giorni dalla strage di Capaci, in cui erano morti Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta. In meno di due mesi Cosa Nostra aveva eliminato i due magistrati che più di ogni altro avevano costruito il pool antimafia e l'impianto del maxiprocesso.
Le parole di oggi
Nelle commemorazioni di questa mattina il presidente Sergio Mattarella ha affermato che il disegno eversivo di via D'Amelio è stato sconfitto e che la Repubblica si è dimostrata più forte, richiamando la cattura e la condanna di esecutori e mandanti.
Il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, ha aggiunto che la ricerca della verità su quella strage resta un dovere morale e istituzionale. In via D'Amelio, come ogni anno, ci sono state iniziative di memoria, comprese quelle rivolte ai bambini del quartiere.
Il depistaggio, la parte accertata
La ragione per cui questo anniversario continua a pesare più di altri non riguarda i mandanti mafiosi, sui quali le sentenze sono arrivate. Riguarda quello che accadde alle indagini.
Per anni l'inchiesta si resse sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, un piccolo pregiudicato della Guadagna presentato come collaboratore di giustizia. Sulla base delle sue accuse furono condannate persone che non c'entravano nulla, e che restarono in carcere per anni.
Il castello crollò nel 2008, quando il collaboratore Gaspare Spatuzza raccontò di avere lui stesso rubato la Fiat 126 usata come autobomba, una ricostruzione incompatibile con quella di Scarantino. Da lì partì il processo Borsellino quater, che ha stabilito l'inattendibilità delle dichiarazioni di Scarantino e ha certificato che quelle indagini furono deviate.
Scarantino ha successivamente sostenuto di essere stato maltrattato e indotto a rendere false dichiarazioni dagli investigatori che lo gestivano, un gruppo che faceva capo al funzionario di polizia Arnaldo La Barbera, morto nel 2002.
Il depistaggio, la parte senza colpevoli
Il seguito processuale è il punto dolente. Il procedimento a carico dei poliziotti accusati di avere costruito il falso pentito non ha prodotto condanne definitive: le imputazioni sono in larga parte cadute per prescrizione, e le motivazioni pubblicate dai giudici hanno indicato che il depistaggio serviva a proteggere interessi che andavano oltre Cosa Nostra.
È il motivo per cui, trentaquattro anni dopo, la parola verità continua a comparire nei discorsi ufficiali: gli esecutori e i mandanti mafiosi hanno un nome e una condanna, chi deviò le indagini no.
L'agenda rossa
L'ultimo elemento irrisolto è un oggetto. Borsellino portava con sé un'agenda dalla copertina rossa, su cui annotava il lavoro di quelle settimane, compresi gli interrogatori del collaboratore Gaspare Mutolo. Quell'agenda, dopo la strage, non è mai stata ritrovata, mentre la borsa che la conteneva fu recuperata sul luogo dell'esplosione e restituita alla famiglia.
Su cosa contenesse si può soltanto ipotizzare, e questo giornale non lo farà. Il fatto accertato è che sia sparita, in un contesto in cui altri elementi delle indagini furono manipolati. La ricerca di quel taccuino è diventata negli anni il simbolo, portato avanti dal fratello Salvatore Borsellino, di ciò che di quella storia non è stato chiarito.



