Un anno da record, e non in senso buono

I numeri del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico raccontano un'estate e un inverno di attività continua. Nel 2025 le missioni sono state 13.037, l'8 per cento in più dell'anno precedente e il valore più alto mai registrato: 11.287 del CNSAS e 1.750 del Soccorso alpino valdostano.

Dietro quelle missioni ci sono 9.624 feriti, 4.231 persone recuperate illese, 140 dispersi e 528 morti, in aumento del 13 per cento rispetto ai 466 del 2024. A muoversi sono stati 46.927 soccorritori, per quasi 205 mila ore di lavoro, su un organico di circa settemila tecnici in larghissima parte volontari.

La causa più frequente non è l'incidente spettacolare: è la caduta o la scivolata, che da sola vale il 45 per cento degli interventi, seguita dal malore (14,1 per cento) e dall'incapacità di proseguire l'attività intrapresa (8,1 per cento). L'attività più rappresentata è l'escursionismo, con il 43,6 per cento dei casi, molto davanti a mountain bike, sci e alpinismo. Il profilo più ricorrente di chi viene soccorso è un uomo italiano fra i cinquanta e i sessant'anni: non il temerario con l'attrezzatura estrema, ma il camminatore della domenica.

La regola che vale in tutta Italia

Il principio di base è semplice e conviene tenerlo a mente: il soccorso sanitario di emergenza è a carico del servizio sanitario nazionale. Se l'intervento si conclude con il trasporto in pronto soccorso o con il ricovero, non arriva alcun conto, e questo vale su tutto il territorio, elicottero compreso.

Il problema nasce nella zona grigia: l'intervento che non produce un ricovero. È il caso di chi si perde e viene accompagnato a valle, di chi rimane bloccato senza essersi fatto male, di chi chiama e poi si rende conto di potersela cavare da solo. Lì la prestazione smette di essere emergenza sanitaria e diventa qualcos'altro, e la competenza passa alle regioni.

Perché le tariffe cambiano da regione a regione

La sanità in Italia è materia regionale, e la disciplina del ticket sul soccorso non fa eccezione. Alcune regioni alpine hanno introdotto da anni una compartecipazione per gli interventi senza ricovero, spesso con importi diversi per l'intervento a terra e per quello in elicottero, con massimali, e in qualche caso con una riduzione per i residenti. Altre regioni non chiedono nulla.

Il risultato è che la stessa disavventura, sulla stessa montagna, può costare cifre molto diverse a seconda del versante da cui si scende. Poiché le delibere cambiano di frequente e le regole non sono omogenee, l'unico riferimento affidabile resta la delibera in vigore nella regione dove ci si trova: vale la pena controllarla prima di partire, sul sito della regione o dell'azienda sanitaria competente, più che affidarsi a tabelle di seconda mano.

Va aggiunto un chiarimento che spesso si perde nel dibattito: l'eventuale ticket è una compartecipazione sanitaria regionale, non una parcella del soccorso alpino. I tecnici del CNSAS sono volontari e non fatturano il proprio intervento.

Come ci si copre

Lo strumento più diffuso è l'iscrizione al Club alpino italiano, che comprende una copertura assicurativa per le spese di ricerca, salvataggio e recupero dei soci, estesa alle attività sociali e, secondo la formula scelta, anche a quelle personali. Esistono poi polizze infortuni e multisport che includono la stessa voce, e alcune coperture legate alle carte di credito o ai pacchetti di viaggio: in questo caso conviene verificare che la montagna non rientri fra le esclusioni, perché spesso ci rientra.

La cosa importante

Il ticket esiste soprattutto per scoraggiare le chiamate palesemente ingiustificate, non per punire chi si trova nei guai. E il dato dei 528 morti del 2025 dice che il rischio serio, in montagna, è il ritardo.

Se c'è un dubbio reale sulla propria sicurezza, il numero da chiamare è il 112. Il conto, quando arriva, si discute dopo.