Il telefono che parla con il satellite

L'accordo è stato annunciato il 16 luglio: Fastweb+Vodafone e Starlink sperimenteranno in un'area dell'Appennino centrale la tecnologia Direct to Cell, che consente a un normale smartphone 4G di collegarsi direttamente ai satelliti quando la rete terrestre non è raggiungibile.

La differenza rispetto alla connettività satellitare come la si conosce sta tutta qui: niente parabola, niente telefono satellitare, nessun accessorio. Secondo quanto comunicato, quando il segnale a terra viene meno il telefono passa alla modalità satellitare in automatico, senza che l'utente debba fare nulla.

Cosa si potrà fare davvero

Vale la pena essere precisi, perché il nome del servizio promette più di quanto la tecnologia oggi consegni. La sperimentazione abilita l'invio e la ricezione di messaggi e l'uso di alcune applicazioni predisposte per questa modalità: fra quelle citate ci sono WhatsApp e Google Maps. Non tutte le app funzioneranno, e non si tratta di una connessione dati piena come quella di una rete mobile.

Sulla voce e sulle chiamate di emergenza l'operatore non ha fornito dettagli. È un punto che conterà molto quando il servizio uscirà dalla fase di prova, perché è esattamente lo scenario, la chiamata di soccorso da un punto senza copertura, in cui questa tecnologia sarebbe più utile.

Non sono stati comunicati prezzi, date di lancio commerciale né l'elenco dei modelli di telefono compatibili. La sperimentazione parte in un'area limitata e, in questa fase, riguarda le verifiche tecniche.

Perché serve un'orbita bassa

Il funzionamento si regge su un vincolo fisico. I satelliti per telecomunicazioni tradizionali stanno in orbita geostazionaria, a quasi 36 mila chilometri: il segnale impiega un tempo apprezzabile ad arrivare e richiede antenne direzionali e potenze che un telefono non ha. I satelliti della costellazione Starlink si trovano invece in orbita terrestre bassa, poche centinaia di chilometri sopra la superficie, e questo rende possibile che l'antenna minuscola di uno smartphone riesca a farsi sentire.

Resta però la condizione di sempre: serve il cielo libero. Il segnale non attraversa i tetti né le pareti, e la vegetazione fitta lo degrada. Funziona all'aperto, in un vallone o su un crinale, non dentro un rifugio.

Cosa cambierebbe per le aree interne

Il contesto italiano rende la cosa interessante. Buona parte del Paese è montuosa e a bassa densità abitativa, e la copertura mobile in quelle zone è un problema mai risolto del tutto, perché installare e alimentare ripetitori in valli con poche centinaia di residenti non ha un ritorno economico. Il satellite aggira il problema alla radice: non ha bisogno di infrastruttura a terra nel punto in cui serve.

Non è la prima esperienza del genere in Europa, e nel resto del mondo il modello è ormai definito: accordo con un operatore nazionale, fase pilota in area remota, apertura graduale. Se l'Italia seguirà lo stesso percorso, il primo effetto tangibile per chi cammina in montagna non sarà la navigazione veloce promessa dai titoli, ma qualcosa di più modesto e più utile: un messaggio che parte quando la tacca del segnale non c'è.