Un programma che funziona

Il numero è preciso e vale la pena partire da lì. Da settembre 2025 sono 229 gli studenti universitari palestinesi usciti dalla Striscia di Gaza e arrivati in Italia: 157 in quattro operazioni fra settembre e dicembre 2025, altri 72 nel maggio 2026. Sono distribuiti in ventuno atenei italiani e in uno della Repubblica di San Marino.

Il programma si chiama IUPALS, Italian Universities for Palestinian Students, ed è nato dalla collaborazione fra la Farnesina, il ministero dell'Università e la Conferenza dei rettori. Le università ospitanti coprono tasse, alloggio e accompagnamento allo studio. In Europa non esistono molti schemi paragonabili per dimensione e continuità.

Anche la logistica racconta quanto sia complicato: l'ultima operazione è passata dal valico di Kerem Shalom, poi dal ponte di Allenby verso la Giordania, con una notte ad Amman prima dei voli su Roma e Milano.

Dove si inceppa

Il punto è che il programma seleziona più studenti di quanti riesca a farne uscire. Diverse decine di ragazzi risultano ancora nella Striscia pur avendo già una borsa e una lettera di ammissione: è il "limbo" descritto da chi ha seguito i loro casi nelle ultime settimane.

I due colli di bottiglia sono di natura diversa. Il primo è fisico e diplomatico: le uscite dalla Striscia dipendono da autorizzazioni e da finestre che si aprono e si chiudono, e ogni operazione richiede settimane di preparazione per poche decine di persone.

Il secondo è burocratico, e riguarda l'Italia. Per l'immatricolazione gli atenei devono verificare la conoscenza dell'italiano al livello B2: un requisito ordinario, che però diventa una barriera assurda per chi ha passato due anni sotto le bombe, con le scuole e le università distrutte e nessuna sede d'esame funzionante.

La circolare del ministero

Su questo il ministero dell'Università è intervenuto. Con una nota del 7 luglio 2026 ha chiesto agli atenei di tenere conto «delle particolari condizioni vissute da questi studenti», applicando «criteri di ragionevolezza, proporzionalità e adeguato apprezzamento del contesto di provenienza».

In concreto: guerra, sfollamento forzato e interruzione delle attività educative vanno considerati fra i fattori che hanno inciso sulle opportunità formative, e la valutazione deve spostarsi dal possesso di una certificazione alla capacità effettiva di affrontare il corso di studi. Gli atenei sono invitati a predisporre percorsi di rafforzamento linguistico dopo l'ammissione, cioè a fare in Italia ciò che a Gaza non si può fare.

Cosa resta da sciogliere

La circolare è un atto di indirizzo, non un obbligo: l'applicazione dipende ora dalle singole università, e sarà quella a determinare se i ragazzi bloccati partiranno per l'anno accademico che comincia fra poche settimane oppure perderanno un altro anno.

Il resto dipende da variabili che nessun ministero italiano controlla. Ed è la ragione per cui, dietro un programma che ha già funzionato 229 volte, restano ancora storie individuali sospese fra un diritto riconosciuto sulla carta e un valico che non si apre.