Ci sono città che custodiscono un'idea prima ancora che un patrimonio. Ivrea è una di queste, e la sua prima edizione di Ex Machina lo ha confermato con un dato che vale più di molti discorsi: tutto esaurito. Dal 19 al 21 giugno 2026 il festival ha registrato una grande partecipazione di pubblico, trasformando i luoghi simbolo della fabbrica di Adriano Olivetti in un laboratorio collettivo sul domani.
La comunità che vide il futuro
L'edizione ha rilanciato il modello sociale olivettiano non come reperto da museo, ma come strumento vivo per ripensare lavoro, tecnologia, welfare e inclusione. Promosso dalla Fondazione Natale Capellaro e da Mio Lab Tecnologic@mente, il festival ha scelto sedi che sono già un manifesto: il laboratorio-museo Tecnologic@mente, l'Officina H e la Fabbrica dei Mattoni Rossi lungo via Jervis, la strada che Le Corbusier definì "la più bella del mondo".
Non è un dettaglio. Dal 2018 Ivrea è il 54° sito italiano nella lista del Patrimonio Mondiale, iscritta come "città industriale del XX secolo": un perimetro dove l'idea olivettiana di "comunità" intrecciava valori umani, ambientali e architettonici. Ex Machina nasce proprio dentro questo orizzonte, come prosecuzione di quel progetto della "città dell'uomo".
Gli ospiti e il senso dell'iniziativa
A dare peso simbolico alla prima edizione è stato l'ospite d'onore: Federico Faggin, il fisico e inventore che ha progettato l'Intel 4004, il primo microprocessore commerciale, e che ha incarnato il filo che lega l'utopia industriale del Novecento alle domande dell'era digitale. Accanto a lui, tra gli altri, il cofondatore di Arduino Massimo Banzi e il musicista Anastasio.
Forte anche la presenza istituzionale, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli, il vicepresidente della Regione Piemonte Maurizio Marrone e il sindaco di Ivrea Matteo Chiantore. L'ambizione dichiarata è fare di Ivrea un ponte tra umanesimo e sviluppo tecnologico, tra cultura e impresa, capace di costruire modelli di innovazione centrati sulla persona, il lavoro, la conoscenza e la partecipazione. Tra incontri e panel, il pienone suggerisce che quella domanda novecentesca, oggi, ha ancora qualcosa da dire.



