Le risaie a secco
Non è solo questione di caldo. Le risaie della pianura piemontese — cuore della risicoltura italiana ed europea — soffrono la sete. A lanciare l'allarme è Confcooperative Piemonte, che parla di un settore «al collasso» per la somma di più crisi: la siccità che prosciuga i campi, i prezzi di mercato dimezzati, i costi di produzione insostenibili e la pressione delle importazioni asiatiche. Le province di Vercelli e Novara, insieme al Pavese, sono il nucleo storico della coltivazione del riso in Italia.
I numeri che non tornano
Il quadro economico è impietoso. Secondo Confcooperative, come riporta l'ANSA, il costo medio di produzione si aggira intorno ai 450 euro a tonnellata, mentre il prezzo di mercato è sceso a circa 300 euro: ogni tonnellata venduta è una perdita. Il presidente dei Risicoltori Piemontesi, Silvano Saviolo, parla di «una crisi come non se ne vedeva dal dopoguerra», con cooperative che stimano di poter reggere ancora uno o due anni in queste condizioni.
Una morsa a più punte
Le cause si sommano: oltre alla siccità, pesano le importazioni a dazio zero da Paesi come Vietnam, Cambogia e Myanmar, che immettono sul mercato europeo riso a basso costo, un dollaro debole che rende più competitive quelle esportazioni, e i costi di gasolio, fertilizzanti ed energia rimasti elevati. Il paradosso, sottolineato dalle cooperative, è che il riso italiano — di qualità riconosciuta — finisce per essere venduto sottocosto dagli stessi produttori.
Le richieste
Confcooperative chiede risposte rapide: il riconoscimento del riso come settore strategico, misure di sostegno per le aziende in difficoltà di liquidità, un riesame delle salvaguardie sulle importazioni e una pianificazione condivisa tra agricoltori, industria di trasformazione e istituzioni. L'appello è rivolto sia al governo sia alla Regione.
Un patrimonio a rischio
L'Italia è il primo produttore di riso dell'Unione Europea, con la gran parte delle superfici concentrate tra Piemonte, Lombardia ed Emilia. Se la siccità di quest'estate dovesse aggravarsi, l'annata 2026 rischia di essere una delle peggiori degli ultimi decenni — un campanello d'allarme che riguarda l'intera filiera, dai campi alla tavola.



