Una serata di trionfo
Milano, 26 giugno 2026. Quando il sipario è calato sull'ultima nota, il Teatro alla Scala si è trasformato in un'unica, prolungata ovazione: circa dieci minuti di applausi hanno salutato la Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, tra le ultime produzioni della stagione lirica prima della pausa estiva. L'opera ha confermato la propria presa su platee di ogni generazione, trascinando il pubblico in un turbine di follia romantica e virtuosismo vocale.
Il cast: voci per una tragedia senza compromessi
Protagonista assoluta della serata è stata Rosa Feola, soprano dalla voce cristallina, capace di attraversare le diverse stazioni del personaggio — la dolcezza visionaria, la disperazione delle nozze imposte, l'abisso della scena della pazzia — con rara coerenza interpretativa. La celebre scena del delirio ha bloccato il respiro in sala.
Al suo fianco, il tenore Piero Pretti ha offerto un Edgardo di notevole incisività, mentre il baritono Boris Pinkhasovich ha dato spessore al fratello-carceriere Enrico e il basso Michele Pertusi — presenza scaligera di lungo corso — ha incarnato con autorevolezza Raimondo. Nel cast anche Leonardo Cortellazzi. Il Coro del Teatro alla Scala, preparato da Alberto Malazzi, ha offerto una prova compatta e partecipe.
Speranza Scappucci sul podio
Sul podio dell'Orchestra e del Coro della Scala, Speranza Scappucci ha confermato la propria padronanza dello stile donizettiano, con una concertazione attenta alla chiarezza delle linee melodiche e ai colori orchestrali, costruita attorno alle voci senza mai sopraffarle.
La regia di Kokkos: dalla Scozia agli anni Venti
La produzione è firmata da Yannis Kokkos, regista e autore di scene e costumi. La scelta più netta è la traslazione cronologica: la vicenda, ispirata al romanzo The Bride of Lammermoor di Walter Scott, lascia la Scozia secentesca per l'Italia degli anni Venti del Novecento. Una mossa che valorizza la rigidità del codice d'onore familiare al centro del dramma, mentre l'allestimento adotta l'edizione critica curata da Gabriele Dotto e Roger Parker, vicina alla versione del debutto al San Carlo di Napoli nel 1835.
Donizetti, la follia come grido
Ricordare il contesto aiuta a capire la forza intatta dell'opera. Donizetti (Bergamo, 1797 – 1848) portò in scena la Lucia nel 1835, al culmine della sua parabola creativa, traducendo in musica gli stati d'animo più estremi con un'efficacia quasi perturbante. La follia di Lucia non è decorativa: è la risposta di una mente sopraffatta dalla violenza del contesto sociale, un grido di libertà travestito da delirio. Un tema che, quasi due secoli dopo, continua a parlare al pubblico — come hanno dimostrato gli applausi di una sera d'estate alla Scala.



