Per la prima volta nella storia, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato in entrambe le sue Camere una risoluzione sui poteri di guerra, sconfessando apertamente Donald Trump per la sua conduzione del conflitto con l'Iran. Martedì il Senato ha adottato la misura con 50 voti favorevoli e 48 contrari, riferiscono CNN e CBS News.

Cosa stabilisce la risoluzione

Il testo intima al presidente di «rimuovere le Forze armate statunitensi dalle ostilità contro la Repubblica islamica dell'Iran», a meno che il Congresso non dichiari guerra o non autorizzi esplicitamente l'uso della forza. Si richiama al War Powers Resolution del 1973, la legge che riserva al Congresso la prerogativa di autorizzare le azioni militari prolungate.

La portata pratica è però limitata. Trattandosi di una risoluzione concorrente, secondo CBS News la misura non richiede la firma del presidente e quindi non può essere posta in veto, ma per la stessa ragione non ha forza di legge vincolante nei termini ordinari. L'amministrazione, inoltre, sostiene che le forze americane non siano attualmente impegnate in ostilità con l'Iran. Per questo il voto è descritto da più testate come essenzialmente simbolico: un messaggio politico più che un ordine esecutivo.

I numeri e gli schieramenti

Al Senato, quattro repubblicani — Susan Collins, Bill Cassidy, Lisa Murkowski e Rand Paul — hanno votato con i democratici, mentre il democratico John Fetterman si è schierato contro, secondo CNN e CBS. Il margine, 50-48, è lontano dalla maggioranza dei due terzi che servirebbe per superare un eventuale veto: non è dunque una misura «a prova di veto».

Il 3 giugno la Camera dei rappresentanti aveva approvato il testo con 215 voti contro 208, dopo tentativi falliti nei mesi precedenti, riferisce Al Jazeera. Anche alla Camera alcuni repubblicani avevano rotto con il proprio partito. La risoluzione è promossa dal deputato democratico Gregory Meeks.

La reazione di Trump

Il presidente ha reagito su Truth Social, secondo CBS News, definendo il voto «mal calibrato e privo di significato» e attaccando i «quattro repubblicani» che lo hanno sostenuto. La Casa Bianca ha ribadito la propria lettura: niente ostilità in corso, dunque nessun obbligo di ritiro.

Il contesto: dalla guerra alla tregua

Lo scontro tra Washington e Teheran era esploso alla fine di febbraio 2026, quando Trump aveva ordinato attacchi militari senza chiedere l'autorizzazione del Congresso — il punto al centro delle obiezioni dei parlamentari. Nelle settimane successive la crisi si è estesa allo Stretto di Hormuz, con pesanti ricadute su energia e traffici marittimi, come abbiamo raccontato nei giorni scorsi.

Negli ultimi giorni il quadro si è in parte distensivo: i colloqui mediati in Svizzera sono ripresi e Washington ha allentato per 60 giorni alcune sanzioni sul greggio iraniano, citando negoziati «produttivi». Proprio in questo clima di tregua, diversi senatori democratici hanno insistito sulla necessità di approvare comunque la risoluzione, per riaffermare un principio costituzionale: è il Congresso, non il presidente, a decidere se gli Stati Uniti entrano in guerra.